Il compito non è facile perché l’Inghilterra ha suscitato attraverso i secoli odio profondo, oppure snodata ammirazione.
Oggidì, nonostante la sua vera o presunta decadenza, l’ammirazione prevale, qui in Italia, sull’odio.
Gli uomini politici la considerano un tempio della democrazia e del progresso, e non si danno pace per l’abisso che separa gli usi e costumi di Montecitorio da quelli di Westminster.
Gli snob la considerano un’arbitra d’eleganza. Bevono whisky e parlano con un fastidioso balbettio per imitare i manierismi della pronuncia di Oxford.
Gli urbanisti riconoscono in essa la patria delle new Town, delle città satelliti, della pianificazione territoriale.
Italiani dalla mentalità diametralmente opposta e di idee così contrastanti che rifiuterebbero di stringersi la mano se si trovassero di fronte nello stesso salotto, sono unanimi nel considerare l’Inghilterra il paese dei loro sogni.

I territori britannici sono diventati per una serie di curiose coincidenze la mecca di reazionari, di repubblicani e di progressivi che vi ravvisano la culla delle libertà individuali, di conservatori che vagheggiano le nazionalizzazioni.
Ma poiché’ un popolo non può essere simultaneamente se stesso e l’opposto di se stesso, è ovvio che perlomeno, alcuni tra i tanti eterogenei amministratori dell’Inghilterra, sono in errore, e credono che essa sia qualche cosa di diverso di quello che è in realtà.
Nella vita dei popoli come in quella degli individui, nessuno può affidarsi alle forze delle circostanze, Nessuno può vivere interamente alla giornata. Sono necessari nella nostra esistenza alcuni punti di riferimento. Se mancano i concetti universali, perché la nostra mente rifiuta di concepirli, dobbiamo cercare almeno di fare tesoro dell’esperienza. Ricordiamo in che modo, abbiamo agito, quando le stesse circostanze si ripresentano.
Teniamo conto dei precedenti che sono l’unico possibile sostituto dei principi etici in generale.
Nascono così le tradizioni. Un popolo empirico è sempre tradizionalista.

Furono tradizionalisti gli antichi romani, che non potevano competere con i greci per la sottigliezza della mente o per l’originalità intellettuale, ma possedevano maggior senso politico: Sono ora tradizionalisti gli inglesi, che non hanno filosofi o musicisti paragonabili a quelli italiani, ma sanno governarsi assai meglio.
Il valore delle tradizioni cambia secondo le classi, e cresce mano a mano che si sale nella scala gerarchia che contraddistingue la società britannica.
Gli operai dell’industria, i piccoli borghesi degli uffici hanno anch’essi come tutti gli altri cittadini, i loro usi e costumi.
Più che di tradizione si tratta per di più abitudini, e di idiosincrasie, quali si ritrovano in ogni paese del mondo.
Interessanti sono certe associazioni, specie nei distretti rurali, fra confessione religiosa e convinzioni politiche; come le classi abbienti nel Galles: sono anglicane e conservatrici, così quelle più umili sono metodiste e liberali.
Scozzesi, gallesi e irlandesi, mantengono inoltre ben chiara la coscienza nazionale, e avendo perso gran parte dell’autonomia politica, tendono ad affermare la propria individualità etnica mediante le vecchie tradizioni popolari: il gonnellino con i colori del clan, le canzoni, le specialità culinarie.
Il fulgore delle tradizioni, rimane invece immutato nelle classi elevate. I figli dell’aristocrazia e della borghesia danarosa hanno già ben disegnate davanti a loro, al momento della nascita, le varie tappe dell’esistenza, il cui ritmo non cambia di generazione in generazione.

Dopo uno sbiadito periodo trascorso nella nursery, fra impersonali nutrici e governanti e con l’apparizione non troppo frequente della madre e del padre, i ragazzi entrano nella preparatory school, una scuola privata che corrisponde alle nostre elementari, e ad undici anni di età passano in una private school o in un collegio dal nome famoso.
L’accesso alle private school è razionato, oltre che dai criteri sociali, dal denaro: le rette sono alte.
A Oxford e a Cambridge, dove sono le università di più alto prestigio, le tradizioni raggiungono raffinatezze ancora maggiori.
Nei collegi universitari, con le massicce ed austere costruzioni rinascimentali, con le cappelle fredde e solenne, coi refettori che sembrano altrettando cappelle, la vita è un finissimo gioco che si perpetua immutato attraverso il tempo. Ogni sera, i professori entrano in processione, con le toghe nere, nel grande refettorio per il pranzo, e dopo una breve preghiera, seggono al tavolo in fondo alla sala. Gli studenti mangiano ad altre tavole di fronte a loro, confusi nella penombra. Vecchi camerieri servono ottimi vini di Bordeaux, che gli inglesi chiamano Claret, da sottili caraffe di cristallo. Al momento del dessert il rettore si alza, gli altri seguono il suo esempio e, la processione si avvia in un’altra sala, più piccola, illuminata dallo stupendo fuoco del camino. Depongono li la toga, e seduti in cerchio si passano l’un l’altro vassoi datteri, noci, uva e dolci e caraffe piene di vino di Porto o di Madera.
Questi elaborati cerimoniali, creati quando i professori universitari avevano l’obbligo del celibato, sono rimasti gli stessi ancora oggi, sebbene i professori abbiano a casa mogli e figli.
Le tradizioni regolano ogni momento della vita universitaria, dallo studio agli sport.
Già l’ammissione ad un determinato collegio universitario non è dovuta ad altre considerazioni chi fece le scuole medie, per esempio nel collegio di Winchester, ha più facile accesso ad un certo collegio di Oxford, perché quel collegio fu fondato, tre o quattro secoli or sono, dall’Arcivescovo di Winchester. La persona del fondatore scomparsa da centinaia di anni, costituisce dunque un legame valido ancora oggi per determinare la carriera accademica di un ragazzo. Il passato rivive nel presente, gelosamente custodito più per passione che per utilità.

Tutti sanno fin troppo bene che certi usi e costumi, hanno perso ogni pratica e funzione che sarebbe meglio sostituirli. Ma si continua a compiere gli stessi riti, a ripetere gli stessi gesti, che ormai avendo perso ogni logica giustificativa, sono diventati un puro gioco.
Se l’homo ludens è il più raffinato prodotto di una società evoluta, Oxford e Cambridge sono impareggiabili fucine di civiltà.
La passione per gli sport, va inquadrata in questa particolare concezione della vita – e solo così può essere compresa.
Gli inglesi sono molto sportivi, ma non è vero che tutti si divertono nell’esercizio degli sport. Molti costretti a praticarli sin dall’infanzia, li odiano. Il carattere didattico che si imprime alle attività agonistiche, il loro presunto valore educativo, contribuiscono a renderle invise: si dice che i giochi di squadra formano il carattere, insegnando il senso della lotta, inculcando una sana ambizione ed abituando gli individui a coordinare così gli sforzi verso un comune obiettivo. Ma tutte queste taumaturgiche qualità, non bastano a spiegare la costanza con cui gli inglesi, pur senza amarli eccessivamente, si dedicano agli sport. La ragione fondamentale, a mio parere, è che lo sport è la più felice espressione della vita intesa come gioco. Esso è la continuazione ideale, nel nostro tempo, dei tornei, e delle giostre medievali. Per questo gli inglesi sono così sportivi. Cominciano nelle public School,
cioè nei college delle scuole medie, uno dei quali ha inventato il Rugby, il gioco che porta il suo nome. Ogni college ha la sua specializzazione in generazione. La poco appetibile specialità di Eton si svolge nel fango. Le attività sportive continuano all’università; chi sceglie lo yoga, sperando di arrivare agli onori dell’annuale regata di Oxford e di Cambridge sulle acque del Tamigi; chi il golf, chi il Rugby. Chiuso il periodo universitario, si continua a giocare o si va alla settimana velica di Cowes, si va alle corse dei cavalli o all’incontro annuale di cricket fra Eton e Harrow.
E’ difficile dire se agli inglesi piacciono o dispiacciono questi svaghi, perché vi si dedicano in modo automatico, non tanto per le predilezioni personali, quanto per determinate, tacite leggi di classe.
C’è anche in Inghilterra uno sport nazionale che è praticato da tutte le classi sociali, serve idealmente ad unirle: è il Cricket.
I nobili inglesi nel Settecento, giocavano a Cricket coi loro contadini nel campo erboso del villaggio. Se i nobili francesi avrebbero fatto altrettanto, si sarebbero risparmiati la rivoluzione del 1789.
Negli ambienti più tradizionali d’Inghilterra, la politica non e’ naturalmente una professione – è un servizio che si offre quando è necessario al Paese.
Proprietari terrieri, finanzieri, uomini d’affari o professionisti, entrano in Parlamento e sono chiamati a fare parte del Governo in virtu’ di legami oltre che per le qualità personali.
E’ naturale che una classe dirigente di questo genere, in gran parte ereditaria, abbia mantenuto con cieca fedeltà antiche tradizioni parlamentari.

Westminster è una miniera di curiose usanze, che risalgono talvolta al più tenebroso Medio Evo. Lo speaker in toga attraversa in solenne processione i corridoi del Parlamento preceduto dl grido stentoreo: mister Speaker! I deputati si inchinano quando entrano nell’aula o quando ne escono, perché’ una volta c’era un altare in fondo alla sala ed anche se l’altare è scomparso, l’inchino è rimasto. Ciascuno parla dal suo posto e non si rivolge mai a tutti i presenti, ma solo allo speaker, sicché dovra dialogare con un altro deputato in terza persona. Nessun deputato è chiamato per nome, e quando si vuole nominare qualcuno, lo si fa citando il collegio elettorale che rappresenta. Il compagno di partito è “my Onorabile friend”. L’avversario è “my honorauble gentleman”. Il Ministro e l’ex Ministro sono “the right honorauble gentleman”. Chi parla dalla prima fila non deve allontanarsi piu’ da un passo dal suo scranno, perché altrimenti si troverebbe troppo vicino agli ‘avversari’ che che siedono in prima fila davanti a lui, e potrebbe trafiggerli con la spada!
A Westminster non si applaude mai. Si approva mormorando, o qualche volta gridando ”Hear. Hear”.
Lo Speaker ha autorità assoluta come un maestro a scuola, e nessuno osa disobbedirle.
La Camera dei Deputati è un Club, chiunque abbia pronunciato il “maiden speech” il primo discorso di un nuovo deputato che è sempre ascoltato con benevolenza, entra in una cerchia esclusiva, i cui membri sentono gli uni verso gli altri, quali che siano i contrasti di idee e di interessi, una genetica solidarieta’.
La Camera dei Lord che ai Comuni non e’ indicata per nome ma sotto la generica espressione
“the other place” e’ un club ancora piu’ esclusivo, e il Lord Presidente che seduto sul tradizionale sacco di lana, dirige i dibattiti.

L’importanza di questo “other place” e’ notevolmente diminuita nel nostro secolo: quando i Pari tengono ora su questioni apparentemente banali, ora sui problemi internazionali piu’ astrusi. I loro seri discorsi, che non avranno poi alcun peso pratico . Si ha davvero l’impressione che siano vecchi signori a svolgere un loro gioco misterioso, pieno di grazia.
Lo spettatore non prova stupore quando si accorge che molti Pari d’Inghilterra, nelle prime ore del pomeriggio sonnecchiano, e capisce subito che anche il loro sonno aiutato dal Claret o dal vino Porto con cui ogni Lord degno di rispetto allieta la sua colazione, rientra nelle tradizioni parlamentari sacre ed inviolabili.
A mano a mano che menzioniamo, sia pur brevemente, i vari aspetti del tradizionalismo britannico, la vita degli inglesi si spiega davanti ai nostri occhi come una visione di suprema eleganza.

UN’ALTRA IDEA DELLA GIUSTIZIA
Gli inglesi puniscono gli stessi atti che vengono considerati reati anche oltremanica. Risolvono con criteri abbastanza simili le controversie civili. Ma la loro procedura i loro metodi sono di fato diversi. Per di più essi sono convinti che siano di gran lunga superiori dei nostri. In certi casi, questo è probabilmente vero. La giustizia ne Regno Unito è più rapida e più efficiente. In altri casi essi avrebbero tutto da guadagnare a prendere esempio dall’Europa, ma l’attaccamento alle tradizioni rende problematica l’adozione di riforme radicali. Gli inglesi anzitutto non hanno un codice penale ne civile, esattamente come non hanno una costituzione scritta. Le loro leggi sono state riunite da Lord Halsbury in 31 volumi di immane spessore, ma questa raccolta non ha ricevuto alcun crisma ufficiale. Alla base di tutto c’è il diritto comune costituito dai principi e dalle regole di condotta fondati sugli antichi costumi del paese e riconosciuti come validi dalle Corti nel corso dei secoli. Ad esso si sono sovrapposte col tempo le leggi votate dal Parlamento, che peraltro non coprono tutto l’immenso campo delle possibilità e quindi lasciano molte lacune. Ma fondamentalmente per l’uno e per le altre e’ l’interpretazione che ne hanno dato i giudici, cioè la giurisprudenza che ha qui un valore di gran lunga superiore che in Italia.

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